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IL CIRCOLO LETTERARIO ANASTASIANO CONTINUA SU:

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TACCUINO ANASTASIANO

9 dicembre 2013

Valeria Serofilli in uno studio critico di Nazario Pardini

RIFLESSIONI SULLA POETICA DI VALERIA SEROFILLI

Da Amalgama e Dai tempi. I quaderni dell’Ussero. puntoacapo Editrice Pasturana (AL). 2013

Un repêchage storico/memoriale su cui poter costruire un futuro con spirito positivo

“… Ma se Montale parlava a nome di un’intera generazione di poeti che vedeva smarriti e si rivolge al lettore con il tu confidandogli di non avere messaggi risolutivi, il mio intento è invece quello di rovesciare il segno radicalmente negativo <>. (F. Romboli). Urge, oggi più che mai, un poieo che non sia travolto dal mal di vivere ma solo intaccato, per non risultare avulso dalla realtà e tuttavia al tempo stesso capace di  infondere positività nel lettore. Oggi più che mai si avverte la necessità di una parola poetica che sorga spontanea, “come le foglie vengono ad un albero”, ricordando l’aforisma di John Keats¹, senza prescindere tuttavia dall’interiorizzazione e successiva elaborazione di almeno qualche strumento di base della scrittura. Urge, a mio avviso, una espressione, un sentire poetico in grado, per la sua universalità, di eternizzare, andando al di là del contingente e del particolare, come sottolinea il grande Aristotele. Perché non è affatto vero che “i poeti sono come i bambini: quando siedono ad una scrivania non toccano terra con i piedi”,  come scrive Stanislaw Jerzy Lec. Certa dell’impossibilità di dare una definizione esatta della poesia, concludo facendo mio il pensiero di S. Johnson ³, secondo cui più che parlare di cosa è la poesia oggi, sarebbe più facile dire cosa non è…” (Valeria Serofilli: La poesia oggi - dal blog: Alla volta di Lèucade, 07/05/2012).

Questo scrive Valeria Serofilli in un suo intervento sul tema “La poesia oggi”. E la sua poesia è folta di occasioni che prendono il via dalle piccole e dalle grandi questioni, dagli eventi, dalle suggestioni, dalle sensazioni, dalle emozioni, dove l’ardore allusive delle metafore incide sul dipanarsi del canto:

 Ora che l’afa
non cessa il suo morso lento / ma vorace
ti porterei con me, a toglierti un po’ di smog
di quel catrame trasparente / sedimento
della vita di sempre (Ora che l’afa);

incide sulla rievocazione meditata di grandi personaggi:

Ah! Se potessi / al vivere
non dover mai / dare
un resoconto!  (In morte di Mario Luzi);

o sulla immagine vitale del padre tra una folla intossicata di vita:


Ora che più manchi/ più non manchi
e la tua memoria a quest’ora
s’intride di luce
Anche qui, tra la folla / intossicata di vita
vocii richiami applausi
mi tieni compagnia” (Lettera a mio padre).

Ma non si arresta certamente a questa emotiva sollecitazione  mnemonica, o ad uno scusso realismo; se li trascina dietro, questo sì, nei suoi azzardi immaginifici e zeppi di buone intenzioni; nel bagaglio produttivo a cui attingere con autoptica e spontanea ricostruzione di quello che è rimasto a decantare; nelle sue riflessioni sul vissuto e i quesiti del nostro esistere demandati ad un verso che amplifichi i sintagmi per trasferirli oltre i significanti metrici del canto; significanti, che, pur alludendo alla via crucis del nostro vivere, ne annuncino una luce a schiarire le tenebre:

Padre Nostro
ti ringrazio per il giusto apporto di raggi quotidiano
e anche se il mio giorno trascorrerà
cliccando “mi piace” o “commenta”
salverò in bozze il mio telematico
ma mai anacronistico -Ti amo – (Moderno Padre Nostro),

perché la poesia non deve annichilire, né tanto meno scoraggiare in questa società bisognosa di impulsi positivi. E la poetessa lo fa ricorrendo alla parola che per lei è il tutto. È il corpo dell’anima. Ricorrendo a quel riposo edenico di cui c’è bisogno in questa convulsa vicissitudine; al sogno, che, esso stesso, ne fa parte:

Finché la sveglia non ci sottragga
a ciò che induca al sonno
ed alla mente il sogno,
il giardino sia quello delle Esperidi! (La sveglia).

E sta tutta qui la sua poetica: in quel mélange indissolubile fra dire e sentire. Una ricerca di vincoli sonori, di figure stilistiche, di allusioni verbali, di traslati, tramite cui trasferire l’immagine sedimentata oltre i confini. Perché è proprio dell’uomo ambire a toccare l’azzurro del cielo. Lo vive come esigenza. E sta anche qui la umana/disumana dicotomia fra la nostra “terrenità” e il fatto di essere spiriti lanciati oltre la siepe. Comunque, sa, la Serofilli, che con una ricerca attenta e assidua del verbo si può soddisfare la nostra brama di allungare il più possibile lo sguardo all’inarrivabile. Sta in questo tentativo arduo lo slancio novativo della poesia della Nostra. Una poesia che sgorga da un’anima pregna di sensazioni ed emozioni che vogliono uscire rinnovate in una visione di assoluto, di rinascita:

Che si rompa il guscio di pietra focaia e fionda
il cavernicolo di ripercussioni e invidia
Via l’involucro di mattoni vecchi
per rinascere acqua di lago / senza spreco
fondamenta più solide, anche se di palafitta
e poter dire infine “Evviva, è nato l’uomo senza
il guscio!” (Ab ovo).

Ma è cosa possibile forgiare un discorso che contenga pienamente gli abbrivi imprevedibili del nostro essere? D’altronde il verbo e la sua articolazione sono umani, ciò che non lo è la cospirazione del nostro spirito. Uno spirito che anela a superare i limiti, a slanciarsi oltre le misure di uno spazio ristretto. C’è anche, in questo “poema”, una richiesta alla natura di una sua collaborazione cromatico-allusiva. Del suo proporsi:

O non è forse / il solo
restare qui / abbracciati
mare monte lago
semplicemente noi
la nostra estate? (Ora che l’afa).

Ciò che si attua con una vera fusione fra l’animo dell’autrice e gli elementi panici che lo completano.
            Ed affidarsi a riflessi naturistici, a una simbiotica amalgama di poli contrari per simboleggiare la funzione di una palingenesi epifanica, rientra nelle  corde canore della Serofilli. Sì, perché lei crede nella poesia, le affida un grande compito: quello di una presenza in questa “società liquida”, fatta di “viandanti sperduti”, “intossicata di vita”. E il suo dire assume svincolamenti, forzature morfosintattiche, perché nell’anima della Nostra c’è l’intenzione di trasferire il contingente in sfere sublimanti:

Quando uscirà / il mio nuovo libro
avrà pagine di vento, i colori del tramonto
inchiostro d’alba / la pelle dei bambini
di tutto il mondo
Il mio nuovo libro / quando uscirà
sarò uscita anch’io, e fuor di scena detterò
parole intrise della saggezza
di chi non più la cerca
Sarà allora che il mio Editore
venderà copie a milioni / e le ristampe
e presentazioni ovunque /ed interviste
Quando uscirà / il mio nuovo libro
sarò famosa d’erba e nuvole
e da un angolo di cielo, assaporerò finalmente
ciò a lungo negatomi (Preghiera del Poeta).

            Un linguaggio metaforicamente complesso: diciamo di una semplicità complicata, ma pur sempre funzionale a una trama dalla bellezza eufonica di un verso essenzializzato. Di un verso che esonda ex abundantia cordis. Metafore che si accavallano in un gioco di innesti. Una verticalità senza fine. Metafore che non trovano un compimento assoluto, ma che generano a loro volta sostanza per nuove allusioni metaforiche. Un  castello fatto di tasselli stratificati, legati gli uni agli altri a sorreggersi, per cui, togliendone uno, uno solo, franerebbe l’insieme; nuocerebbe alla costruzione. Eccola la compattezza dell’opera della Serofilli. Un’opera di polisemica significanza, dai toni epico lirici, anche, ma di una sonorità da melodia pucciniana che tiene uniti, con il suo perpetrarsi in sottofondo, tutti i quadri della rappresentazione lirica. E ciò che aiuta questo fluire melodico – la sonorità è nella parola, nella disposizione dei nessi e negli intrecci  concentrici, disposti con naturalezza all’espansione – ciò che l’aiuta sono quelle rime interne o quelle assonanze, quelle metonimie o sinestesie che s’intersecano nell’articolato linguistico.
            Un realismo lirico? un ensemble di riccioli barocchi su facciate impreziosite da stucchi? - con accezione positiva, naturalmente -; un assemblaggio lessicale  nutrito di vaghezze semantiche? di perspicua sapidità disvelatrice? un forbito intrico di intensificazioni verbali? un esistenzialismo panico finalizzato a concretizzare un sapido pathos? un credo che innerva i versi della sua substantia per sfidare il tempo? il suo inderogabile fugere? la sua inesorabilità, e il senso eracliteo dell’esistere? Sì, io penso che nella poesia della Serofilli ci sia un po’ di tutto questo, con l’aggiunta di un repêchage storico/memoriale che faccia da piedistallo su cui poter costruire un futuro con spirito positivo. Una storia da programmare con grande abbrivo emotivo dove passato presente e futuro si embrichino indissolubilmente dando forma al logos della poesia; oltre il memoriale: “Sei l’antico etrusco / che abbraccio sul sarcofago / il bizantino con me nel Mosaico” (Dai tempi).
            Un poièin nuovo; o meglio una poesia che, ri-lucidando l’antico, si proponga attuale in una veste rivoluzionaria. Perché c’è tutta l’insoddisfazione delle sottrazioni umane, quella insoddisfazione del fatto di esistere che è stata sempre presente nella filosofia etico/estetica dacché l’uomo è uomo. Ma c’è anche quell’azzardo a scomporsi in scrittura sperimentale che può fare a meno di tanti nessi canonici, di interpunzione o altro, perché sente forte la necessità di arrivare al lettore, al dunque; sente forte l’input della libertà, dello sperdimento nel sogno; ma, soprattutto, lo stimolo a non perdersi per strada in questa corsa verso una simbiotica fusione fra essere ed esistere. In questa corsa verso un dire che annunci la propria esistenza; e che non si riduca solo ad “una solitaria esperienza senza gioia e senza orizzonti” di montaliana memoria; ma che gridi con tutta la sua forza la voglia di incidere sulle vicende umane; fino ad affidarsi all’unico giudice: l’Eterno:                            
                   
[…] Quando uscirà / il mio nuovo libro
sarò famosa d’erba e nuvole
e da un angolo di cielo, assaporerò finalmente
ciò a lungo negatomi
E se mi commuoverò
il mio sorriso / rifranto all’infinito
avrà tutte le sfaccettature
della luce, rugiada mattutina le mie lacrime
Il mio pubblico immenso:
ogni poeta / ogni ricerca di senso
Sarà storia il trascorso, il vissuto un esempio
consiglio ogni sbaglio
Senza rilegature le pagine, si spargeranno a mille
seme di giudizio / maturato a pelle, perle di esperienza

Rilassata / altrove, ne gusterò
il sapore, raccogliendo il frutto
del mio trascorso ardore
Ora che più non preme
anche se oltre, il senso, non
verrà disperso / eredità sofferta
ma mai rimorso, il tentativo di suggerimento
Non più resoconto
né agli altri, né a me stessa

Unico giudice: l’Eterno”

Nazario Pardini
7/12/2013

24 ottobre 2013

Sul crinale dell'utopia, un libro di Francesco Belluomini

Francesco Belluomini
Sul crinale dell’utopia

Giuliano Ladolfi Editore, 2013, pp. 264, € 20,00

È una vicenda realmente avvenuta, almeno in parte, quella narrata da Francesco Belluomini nel suo più recente romanzo, Sul crinale dell’utopia. Una storia che coinvolge, in parallelo, due personaggi, un viareggino, Eugenio Del Sarto, e un personaggio appartenente ad un’area geografica molto distante, un transcaucasico, Fiodor Leviskilyj, posti entrambi su uno scenario storicamente e ideologicamente comune e ricco di fermenti e contraddizioni, quello della guerra e dell’avvento del fascismo con le sue degenerazioni dittatoriali, nel primo caso, e quello della Russia della Rivoluzione sovietica e degli anni del progressivo “tradimento” dei valori di partenza, nel secondo.
Personaggio realmente esistito, singolare figura di “sovversivo” dalle caratteristiche umane e ideologiche peculiari, Eugenio Del Sarto (nella realtà storica, Eugenio Del Magro): nato a Viareggio nel 1887 e cresciuto in Versilia nei primi decenni del XX secolo, porta nel suo lavoro di dipendente delle Regie Ferrovie la sua fede politica di fervente sostenitore delle idee di giustizia ed uguaglianza sociale, incarnate nel programma del neonato Partito Comunista Italiano di Gramsci e Bordiga, della cui sezione viareggina diventa il fondatore, fino al punto di mettere a repentaglio col suo attivismo politico, assieme al suo posto di lavoro, la sicurezza e l’incolumità stessa della famiglia in nome del suo credo politico, ritrovandosi fuggiasco e perseguitato politico dal fascismo dapprima e poi anche dallo stesso comunismo, di cui si illude di poter contribuire a modificare le sue atroci deviazioni.
Inventato anche se storicamente attendibile nelle sue caratteristiche, invece, l’altro, il transcaucasico Leviskilyj, originario di Kirovabad, sul Mar Caspio, che si muove su uno scenario geograficamente quanto mai preciso e all’interno di coordinate storiche che sono quelle che interessano la Russia dei primi decenni del ‘900. Dopo un’infanzia difficile negli anni del drammatico tramonto dell’assolutismo zarista, il giovane e inquieto Fiodor si ritrova coinvolto, in nome di ideali che scopre estranei alle sue convinzioni, in eventi più grandi di lui (la rivoluzione bolscevica, la guerra civile col suo carico di morti e di orrori, l’espropriazione delle terre), finché non ne prende a poco a poco coscienza con crescente sgomento.
Ad accomunarli è, come si vede, il loro essere “contro”, la loro battaglia in nome di una libertà morale, prima ancora che politica, e la loro fedeltà a un’idea umana del potere. È per questo che Fiodor, colpevole di diserzione dall’Armata Rossa, si ritrova in un gulag, a Severo Vostocnyj, sul mar Caspio, esattamente là dove troviamo anche Eugenio Del Sarto, che, arrivato in URSS come giornalista, si è illuso di poter contribuire a migliore il sistema.
Due storie, dunque, due destini che si intrecciano e procedono letteralmente in parallelo, in questo che è un autentico romanzo-documento, e che Belluomini racconta con stile piano e lineare, cronachistico, quasi trattenendo e controllando l’emozione, per far emergere il valore paradigmatico di certe utopie che avevano coinvolto (e illuso) tanti inducendoli a scelte drammaticamente rivelatesi fallimentari, la distanza che intercorre tra l’utopia e la realtà.


Vincenzo Guarracino

3 settembre 2013

LA RIVISTA INTERNAZIONALE GRADIVA
E LA LIBRERIA EINAUDI IN FIRENZE
presentano

ASSURDO E FAMILIARE
IL SUD COSMOPOLITA DEL POETA VITO RIVIELLO 



LUNEDÌ 16 SETTEMBRE 2013, h. 18
VIA GUELFA 22

 MASSIMO ACCIAI    MARIELLA BETTARINI ALESSANDRA BORSETTI VENIER    ALESSIO DE LUCA    LUIGI FONTANELLA    IURI LOMBARDI   ROSARIA LO RUSSO    ANNALISA MACCHIA   MASSIMO MORI    GIUSEPPE PANELLA    PLINIO PERILLI     CATERINA POMINI    PAOLO RAGNI    LIDIA RIVIELLO

*

Materiali audiovisivi e fotografici di Dino Ignani e Paolo Ragni. Sarà presente Luigi D’Angelo, Presidente dell’Associazione Circolo Lucano e il Gruppo POETIKANTEN 

13 giugno 2013

Premio Borgognoni: i risultati della 46a. Edizione

La giuria della XLVI edizione del Premio Nazionale di Poesia "P. Borgognoni", composta da Giorgio POLI (presidente), Mario AGNOLI, Piero BUSCIONI, Elisabetta SANTINI e Donata SCARPA (membri), esaminate le 923 poesie dei 335 autori partecipanti, ha deliberato la seguente graduatoria finale: 1° Niccolò Andrea  Lisetti (Firenze) con la poesia Ciò che muore si apre; 2° Salvatore Cangiani (Sorrento - Na) con Come l’antico salice; 3° Fabrizio Bregoli (Cornate d’Adda - Mb) con L’estate di Mondello;  4° Lorenzo Cerciello (Marigliano - Na) con L’anno che verrà; 5° Mara Penso  (Venezia) con Proserpina. Hanno ottenuto una segnalazione: Vincenzo CERUSO (Palermo), Ivan FEDELI (Ornago - Mb), Fabio FRANZIN (Motta di Livenza - Tv), Giuseppe MANITTA (Castiglione di S. - Ct) e Fulvio SEGATO (Trieste). Hanno ottenuto una menzione di merito: Paolo Borsoni, Cesare F. Carta, Marisa Provenzano, Rosanna Spina e Luigi Zadi. La cerimonia di premiazione si è svolta regolarmente domenica 9 giugno nell’ampio e silenzioso giardino del Residence Artemura di Pistoia, sponsor dell’evento, alla presenza di un folto pubblico di poeti e cittadini che hanno potuto ritirare gratuitamente il volumetto del Premio. Le poesie sono state lette da Elisabetta Santini, attrice e poetessa, nonché membro della giuria. Sono intervenuti, su delega del sindaco, Elena Becheri, assessore alla Cultura del Comune di Pistoia, Giorgio Poli (che ha illustrato gli elementi salienti dell'edizione corrente, caratterizzata dalla compartecipazione del Comune di Pistoia, dalla resistenza alla crisi economica che morde tutti e ovunque e dall’abbandono della sede storica del Premio – il Palazzo comunale – per una nuova e straordinariamente funzionale collocazione) e, in qualità di ospite d'onore, il poeta fiorentino Sauro Albisani .
Il Presidente del "Borgognoni" (Cav.prof. Giorgio POLI)

6 giugno 2013

"Il senso della possibilità", di Antonio Spagnuolo, in una nota critica di Ninnj Di Stefano Busà

Con il senso della possibilità, Antonio Spagnuolo ci lascia smarriti, tale e tanta è la irrisolta, feroce contraddizione tra il prima e il dopo, tra l’essere e il dover essere, tra il cambiamento fatto di pensiero poetante e il discrimine, tra la fuga e l’addio, tra il tempo diacronico e sincronico, tra antinomie, segni fuggevoli, radici mnemoniche, abbandoni...ad ogni ora, sempre, riaffiora quasi esumato dalla polvere dell’impellenza retroattiva, un nuovo giorno catapultato nei bisogni esistenziali e nelle afflizioni che immobilizzano il sentimento e lo istruiscono nel percorso obbligatorio, inconcludente della materia. Ma è nel segmento nostalgico che segue ogni tratto del suo itinere che Spagnuolo distingue in modo sintomatico le sofferenze, le differenze, vagheggia come uno scolaretto al suo primo appuntamento, fa leva sulle intuizioni oniriche, sulle inumazioni che avvengono tra le due dimensioni: umana e intima l’una, ostile quella extraterrena, visita la gamma esperienziale linguistica che della poesia una campionatura piuttosto vivace e abbagliata, talché si potrebbe definire in termine anche “abbagliante”. La fascinazione della parola ricrea un modello unico e irripetibile di sospensioni dialettiche che lasciano il lettore disorientato e attonito per le continue bellezze e sinestesie e metafore che la nostalgia della donna amata sa ispirargli. La solitudine è implacabile e inamovibile: una forza che procrastina la sua vera morte in un’atmosfera che non è mai elaborazione e disincanto, ma consapevole approdo, orgia di necrosi, a metà tra la vita e il suo contrario. Quasi mobile altalena, ogni ancoraggio risulta perennemente in bilico, senza una via d’uscita, in ogni caso sempre in sospensione. Molte immagini ne presagiscono una indagine accurata, pignola, e uno scavo tra le ombre che riflettono ora più che mai il desiderio della moglie adorata. I limiti sono quelli di una prigione, i rilievi danno per scontata una fuga, un’evasione attraverso il precipizio della psicanalisi introspettiva, ma dove? quando? tra notti asimmetriche e memorie affrante, il suo sé ricostruisce itinerari di nevrosi, risucchi d’illusioni, ferite sempre aperte, che deformano talune allucinazioni memoriali abbandonandolo alla nostalgia e anzi sprofondandovelo, fin nella carne viva, nel perenne dissidio, come in una tensione difforme tra la realtà e il sogno, tra l’immaginifico e il vulnus che non argina mai il vorticoso malessere, la inarrestabile ricerca dell’amata: “inseguo le tue ombre quotidiane/ per rubarti un sorriso” oppure: “Scatta improvvisa la malinconia/ che graffia, che morde, che inasprisce/ le braccia per divenire abbandono.” (pag. 84)
Tutta la sezione dedicata ad Elena è un perverso e avvolgente sudario per ricordi incontrastati, una reverie “della docile materia, plasmata intorno ai volti ancora giovanili”. Il poeta vi accumula una tensione che si compenetra empaticamente con “l’altra” in una psicoanalisi di sopravvivenza che rimuova la smemoratezza, il vuoto dell’assenza, tutte le categorie perdute: felicità, presenze discrete, dolcissimi abbandoni  in un dispiegamento di simmetrie palpabili, di interferenze che sono continuamente espressione del suo disagio, rivelazione di una coesistenza immaginifica, tra il visibile e l’invisibile, fin quasi ad esasperare la dimensione dell’illimite, l’appartenenza e la commistione inconscia con l’oltre, di cui si fa carico il dolore: “ora forma dormiente / sei simbolo del nulla/.../e ricordo/ quando scrivevo per te versi gioiosi.” (pag. 97)
Il cielo ha voragini inconsulte,/ quasi le vene spaccano il sudario che riprova lente parole/.../ al confine dei nostri frantumi". (pag.99).

Vi è in quest’opera la forza prorompente di un guado, che cerca un attraversamento dello Stige, verso l’altrove, una inconscia eppure lucida pulsione di trasparenze contraddittorie che violano le necessarie formule di rito, la caducità dell’istante, l’imperfezione della morte: si fa forte questa poesia di una levità che, pur, nel baratro provocato dall’addio, percuote e plasma, come in un canto folle d’amore, le logiche della materia e ne fa arte della parola, linguismo per scalfirne infine il suo mistero, forse alla ricerca dell’assoluto di quella trascendenza che è comunione di bene, vincolo di luce perenne, nell’indistinto dello smarrimento e dell’autoanalisi di ogni azzardo.      

Ninnj Di Stefano Busà

Le Foto de "La Rocciapoesia 3"

Le foto dell'incontro de "La Rocciapoesia 2", a Pratella, il 27 ottobre 2012

Le foto dell'evento "Una poesia fuori dal comune". Sant'Anastasia, 23 settembre 2012

Una poesia fuori dal comune, Sant0Anastasia, 23 settembre 2012

PUNTO, Almanacco della Poesia italiana

PUNTO SCHEDA

ARCARTE - IL VIAGGIO DELLA CREATIVITA'

Si è svolto il 30 novembre scorso, alle ore 17, presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano in Via Monte di Dio 14, Napoli, il Convegno di studi e reading di poesia "ARCARTE - IL VIAGGIO DELLA CREATIVITA'".
All'interessante incontro, promosso e organizzato dall'Istituto Culturale del Mezzogiorno e dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, hanno preso parte:
- Natale Antonio Rossi, Presidente Unione Nazionale Scrittori Artisti;
- Ernesto Paolozzi, Università di Napoli Suor Orsola Bnincasa;
-Antonio Scamardella, Università di Napoli Parthenope;
- Antonio Filippetti, Presidente Istituto Culturale del Mezzogiorno.
Nell'ambito del convegno si è svolta la rassegna "Liberi in Poesia", con la partecipazione di autori di diverse generazioni. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito ad "ARCARTE" quale suo premio una medaglia di rappresentanza.

Le foto del convegno

Presentazione "Sulla soglia di piccole porte"

Enza Silvestrini, 11 ottobre 2012