
E così, la nostra “Fata e poetessa” (ricordiamo il suo recente e piacevolissimo volumetto “La fata ed il poeta”), assolutamente non dimidiata tra il sogno ed il reale, ma anzi attenta e pertinace ricercatrice di un bandolo comune che possa in qualche modo ri-conciliare le due facce di una realtà profonda, di un creato che parte dal mistero sotterraneo della materialità fino ad innalzarsi ai veli tenui e angelici del Celeste, propone in questa sua nuova e organica raccolta l’aspetto frammentato e a volte annichilante della città, intesa come superficiale e devitalizzato organigramma di quotidiani incastri burocratici e iter da rispettare; naturalmente, la città è qui intesa metaforicamente come tutto un mondo meccanizzato, anzi, “collegato” in wireless, in cui ogni azione, ogni fredda azione, è imprescindibilmente e necessariamente legata all’altra, in un incatenamento di dare/avere, fare/subire, inviare/ricevere, che rende la vita assai poco romantica e “fatata”! E dov’è il cuore, il cuore del poeta, in questa assurda “metropoli” cablata, in cui tutto è scontato perché già programmato, in cui noi, “gruppo anatomico di pecore smussato a tergo, risaliamo l’altura agra, caparbi di carezze…”? E’ chiaro che il poeta, e la nostra Rossella non è assolutamente da meno, è votato al recupero dei valori e dei sentimenti sotterranei, scandagliando nel profondo della propria e dell’altrui anima per ricavarne i valori primari dell’esistenza, dopo il setaccio e la decantazione effettuata con la propria sensibilità artistica e formazione letteraria-stilistica. Traspare quindi l’amarezza, ma non la rassegnazione, il dolore ma non la sconfitta, nel descrivere con peculiarità poetica lo stato delle cose e della città: angoli, strade, flashes di notevole intensità espressiva: “Il pakistano fermo al carretto / aglio castagne due zainetti / la mamma e la vecchia / profumata di talco / la parrucchiera / il doberman / magistrato…”. Ma non c’è freddezza o distacco, in questi forti versi di Rossella Luongo, bensì il giusto e indovinato spessore che ogni termine, ben situato all’interno del verso, riflette al lettore, in una rotatoria densa di significati e di rimandi.
Come giustamente afferma Paolo Ruffilli nell’approfondita prefazione a questo interessante poema “metropolitano” di Rossella Luongo, la poesia dell’autrice coglie l’immediatezza dei gesti e delle situazioni urbane, metropolitane, in cui si evidenziano gli svuotamenti e i distacchi di una umanità troppo presa dagli affanni materiali di tutti i giorni. E il linguaggio di Rossella, il suo inconfondibile stile, è quanto mai prossimo a questo mondo “metropolitano”, per esaltarne maggiormente gli spigoli, l’abbandono, il parossismo, la frenesia, il vuoto.
Ma i “Canti metropolitani” di Rossella Luongo sono anche, sotto certi aspetti, un inno alla vita e all’amore: “Le tue parole liquide d’amore / sono la calma che infonde la notte / quando la luna riposa…” E qui il suo verso si distende, si calma, perde quella vena di nervosismo che bene raffigurava la baraonda metropolitana; ancora e sempre c’è speranza, nonostante l’evidente fragore e degrado, c’è speranza “in quel sole / guardando avanti / dove il giorno tramonta / sul monte che unisce / passato e presente / nella speranza / di resurrezione”.
Una raccolta poematica interessante, da meditare, questi “Canti metropolitani” di Rossella Luongo, poetessa ormai tra le più significative e incisive nel panorama letterario non solo meridionale, ma anche nazionale.
Giuseppe Vetromile
27/7/2009
Rossella Luongo, “Canti metropolitani”, Samuele Editore, Fanna (PN), 2009.
Prefazione di Paolo Ruffilli