ALTER EGO, Catalogo d'Arte e Poesia
Ottaviano (Napoli), 5 ottobre 2006
Si è svolta giovedì 5 ottobre scorso, presso la Sala Consiliare del Comune di Ottaviano, alla presenza di un folto e attento pubblico, tra cui molti artisti e poeti, la cerimonia di presentazione di un pregevole catalogo d’arte, intitolato “Alter Ego”, curato e pubblicato dall’Associazione Metart Arte Contemporanea di Ottaviano, con il patrocinio del Comune di Ottaviano, della Provincia di Napoli, del Parco Nazionale del Vesuvio e del Consiglio Regionale della Campania. Autore di questo prezioso documento artistico, che rappresenta un connubio reale ed armonico tra arte pittorica e rappresentativa, scultura, fotografia e poesia, è l’ottavianese critico d’arte prof. Gaetano Romano, presidente di “Metart” e con alle spalle una lunga e molto apprezzata carriera artistica e professionale, come critico d’arte e organizzatore di importanti eventi artistici e culturali. Il catalogo, che oltre al saluto del Sindaco di Ottaviano, Dott. Mario Iervolino, grazie al quale, come afferma lo stesso Gaetano Romano, Alter Ego ha potuto vedere la luce, riporta anche quello di Dino Di Palma, presidente della Provincia di Napoli, e di Alessandrina Lonardo, presidente del Consiglio Regionale, quindi una prefazione del prof. Luigi Paolo Finizio, storico e critico d’arte.
Si tratta come dicevamo di un libro molto bello ed interessante, preciso ed elegante nella sua veste tipografica grazie anche alla grafica di Diego Amoroso, che compendia, ma non esaurisce, il discorso artistico di molte note e meno note personalità dell’attuale panorama artistico-letterario campano e nazionale, riportando nelle ultime pagine una loro ricca ed esauriente nota biografica.
Il libro è stato sapientemente diviso in “capitoli”, che il curatore ed autore Gaetano Romano ha illustrato soffermandosi su ognuno di essi e proponendo gli aspetti più significativi di ciascun artista, in un percorso coerente e denso di annotazioni critiche. E’ stato così possibile raccogliere, ma il termine è quanto mai riduttivo, in quanto si è trattato, ripeto, di un intenso e ben studiato amalgama di arte e di letteratura, un quadro esaustivo di artisti e di poeti, dallo scultore Giuseppe Pirozzi alla giovane artista Francesca Riccio, da Raffaele Boemio a Prisco De Vivo ad Alfredo Maiorino e a Luigi Pagano; dall’artista Giulio De Mitri a Renato Barisani ad Eduardo Ferrigno ad Antonio Izzo ad Antonio Gallinaro e ad Antonio Picardi; ed infine da Toni Ferro a Camillo Capolongo, da Felix Policastro a Francesca Capasso a Salvatore Emblema e ad Angelo Casciello. E, “dulcis in fundo” i poeti Mario Luzi, Alda Merini, Franco Capasso, Raffaele Urraro, Prisco De Vivo, Margherita Tramontano.
Sono intervenuti, oltre ai rappresentanti dell’Amministrazione Comunale di Ottaviano, tra cui l’ing. Alfonso Cepparulo, lo stesso ideatore del Catalogo, Gaetano Romano, e i critici e poeti Enzo Rega e Raffaele Urraro.
Raffaele Urraro ha ricordato con parole intense e appassionate l’opera e la figura del poeta ottavianese Franco Capasso, deceduto il 22 febbraio di quest’anno. Enzo Rega ha infine illustrato lo stretto rapporto che esiste tra poesia e pittura, due espressioni, due manifestazioni artistiche che, sovente, troviamo “co-esistenti” nello stesso personaggio, ma una meno manifesta o nota dell’altra: così, ad esempio, è noto il Leonardo pittore, ma molto meno il Leonardo poeta; e, d’altro canto, è nota l’opera letteraria di un Alfonso Gatto, ma molto meno la sua frequentazione dell’arte pittorica.
Il nostro plauso, quindi, all'eclettico Gaetano Romano, per questo lodevole lavoro di sintesi artistica, punto d'inizio di un discorso culturale sempre più ampio ed approfondito.
Per chi volesse saperne di più: "Metart", Ottaviano (Napoli), tel. 081.8270344. Sito web: www.metart.it
Giuseppe Vetromile7/10/2006
Presentazione libri poesia, narrativa, saggistica ed altri generi. Incontri, dibattiti su vari argomenti di carattere letterario, storico, scientifico. Organizzazione di eventi culturali.
8 ottobre 2008
L'arte e l'uomo
L’uomo, si sa, è creatore in piccolo di cose comunque grandiose, se commisurate alla sua capacità e potenzialità di essere predominante su questo pianeta. Essere che si è evoluto, in materia e spirito, attraverso i milioni di anni del suo progredire, fino a porsi ormai sulla cima più alta degli attuali organismi viventi. Ed è per tutti ovvio che l’uomo si distingue dagli altri esseri viventi, non tanto per la sua intelligenza, quanto soprattutto per la sua capacità di scegliere consapevolmente la propria strada da percorrere e di compiere liberamente le proprie azioni, nel bene o nel male. Tante volte nel male, purtroppo, ma questo è argomento da trattare in altra sede. Resta comunque il fatto, portentoso, che l’uomo possiede in sé il seme della creatività, e può attuarla in tutti i campi: nella materia, creando nuove forme e nuove strutture, e nello spirito, creando nuove idee e nuove linee di pensiero. Ma l’uomo è un essere completo, in cui il sentimento, il cuore, gioca un ruolo molto importante: nascono così tutte le espressioni artistiche: poesia, teatro, musica, pittura, scultura, eccetera. Molti secoli, millenni, sono trascorsi dai primi graffiti che i nostri antenati disegnavano sulle pareti di buie caverne, per esternare ed esprimere con quei segni la loro quotidianità fatta di strenue lotte per la sopravvivenza il loro stupore reverenziale verso i misteri di un mondo che ancora non conoscevano completamente.
Oggi l’uomo continua ad esprimere, a raccontare e a raccontarsi, utilizzando a volte tecniche raffinate e inusitate, ma il rapporto tra lui e il mondo esterno non è cambiato: rimane sempre, in fondo, quel velo di rispettosa “riverenza”, se vogliamo, quella inconscia meraviglia che ci prende quando cerchiamo di tradurre in opera d’arte ciò che interpretiamo della natura che ci circonda. E come giustamente affermava Einstein, l’arte è l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice: la via più immediata, che passa anche dal cuore, dal sentimento (ovvero, la parte destra del nostro cervello) per raggiungere la completezza della fattura artistica. Quando scriviamo una poesia, ad esempio, cerchiamo di esprimere nel modo più sintetico e immediato possibile il nostro sentimento più intimo, utilizzando tecniche di scrittura espressive che siano le più adatte a veicolare questo nostro vedere e sentire particolare.
Ma la società attuale accetta ancora l’arte, intesa nel suo più vasto significato? Si concilia ancora oggi la parte sinistra, razionale, del cervello, con la parte destra, emotiva e creativa? Ad un primo approccio, sembrerebbe di no. L’espressione artistica in genere, e la sua frequentazione da parte dell’uomo di oggi, sembra relegata su un piano secondario della sua quotidianità, rispetto agli obiettivi più immediati e pressanti della vita materiale e alla corsa irrefrenabile per la conquista di un posto, di una casella di potere e di benessere fisico nella complicata e rigida struttura sociale odierna, nella quale i tradizionali e sacri valori del bene comune, dell’amore, della pace e del rispetto reciproco, sono stati purtroppo sostituiti da altri, solo apparentemente più validi, ma del tutto fatui, banali, temporanei, vuoti e pericolanti come castelli di carta che vengono giù al primo soffio del vento della verità. Tutto ciò è diretta conseguenza di tantissimi fattori, che certamente non staremo qui ad elencare e ad esaminare, ma si sa, il progresso tecnologico e la cosiddetta globalizzazione che ci permette di vedere, parlare, comunicare con tutto il mondo in pochissimi istanti (e in quegli stessi pochi istanti ci costringe a pensare e ad agire senza la naturale, ovvia, maturazione e meditazione necessarie per non essere banalmente superficiali e poco saggi), ci ha trascinati senza quasi volerlo in un mondo senza tempo e senza spazio: senza i colori del tramonto e dell’alba, senza la bellezza di un arcobaleno e senza lo stupore di un fulmine; senza la bellezza dell’anima del nostro prossimo, che noi non vediamo più, ma che ci limitiamo a “guardare” soffermandoci solo sul suo aspetto esteriore. Questo è dunque il mondo di oggi: fretta e impegni a non finire, obiettivi di ricchezza e lotta per ottenere un ruolo di prestigio nella società, uno spazio ad hoc.
E l’arte? La poesia? Il sentimento? L’Uomo?... La civilizzazione avanza e la poesia declina, diceva un saggista inglese, certo Thomas Babington Macaulay; ovvero, più una civiltà è progredita tecnologicamente, meno la poesia è frequentata, amata. Le macchine e la fredda struttura produttiva non lasciano che pochissimo spazio alle facezie dell’animo umano.
Ma in fondo non credo che sia proprio così, anzi!... Direi il contrario, nel senso che quanto più avanza la civiltà sul gelido piano del tecnicismo e della perfezione materiale, tanto più si ha l’esigenza di staccarsi, almeno per un po’, da questa esistenza tutta “computerizzata”, per ritrovare se stessi e la propria identità di Uomo creante, poeta o pittore o musico o scultore che sia, per riflettere e meditare sulla propria completezza di Essere, Immagine di Dio, che vive non solo di pane e di fabbrica, ma anche e soprattutto di amore, di sentimento, di idee e di pensiero formante.
Assistiamo quindi ad una rinascita dell’arte, in questo senso, come rivalutazione della propria consapevolezza di essere superiore, in grado di creare opere di grande valore. E la tecnica ci viene incontro, come utile mezzo e veicolo espressivo e non come spugna che assorbe e prosciuga in noi ogni velleità di manifestazione artistica.
Questo libro è soltanto un esempio, validissimo ed interessante, di come si possa ancora oggi esprimere l’arte, con la poesia e la pittura, ad altissimo livello, in questo instabile ma meraviglioso mondo che nonostante tutto è realtà fisica e spirituale sempre viva e in perenne progressione.
Giuseppe Vetromile
Oggi l’uomo continua ad esprimere, a raccontare e a raccontarsi, utilizzando a volte tecniche raffinate e inusitate, ma il rapporto tra lui e il mondo esterno non è cambiato: rimane sempre, in fondo, quel velo di rispettosa “riverenza”, se vogliamo, quella inconscia meraviglia che ci prende quando cerchiamo di tradurre in opera d’arte ciò che interpretiamo della natura che ci circonda. E come giustamente affermava Einstein, l’arte è l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice: la via più immediata, che passa anche dal cuore, dal sentimento (ovvero, la parte destra del nostro cervello) per raggiungere la completezza della fattura artistica. Quando scriviamo una poesia, ad esempio, cerchiamo di esprimere nel modo più sintetico e immediato possibile il nostro sentimento più intimo, utilizzando tecniche di scrittura espressive che siano le più adatte a veicolare questo nostro vedere e sentire particolare.
Ma la società attuale accetta ancora l’arte, intesa nel suo più vasto significato? Si concilia ancora oggi la parte sinistra, razionale, del cervello, con la parte destra, emotiva e creativa? Ad un primo approccio, sembrerebbe di no. L’espressione artistica in genere, e la sua frequentazione da parte dell’uomo di oggi, sembra relegata su un piano secondario della sua quotidianità, rispetto agli obiettivi più immediati e pressanti della vita materiale e alla corsa irrefrenabile per la conquista di un posto, di una casella di potere e di benessere fisico nella complicata e rigida struttura sociale odierna, nella quale i tradizionali e sacri valori del bene comune, dell’amore, della pace e del rispetto reciproco, sono stati purtroppo sostituiti da altri, solo apparentemente più validi, ma del tutto fatui, banali, temporanei, vuoti e pericolanti come castelli di carta che vengono giù al primo soffio del vento della verità. Tutto ciò è diretta conseguenza di tantissimi fattori, che certamente non staremo qui ad elencare e ad esaminare, ma si sa, il progresso tecnologico e la cosiddetta globalizzazione che ci permette di vedere, parlare, comunicare con tutto il mondo in pochissimi istanti (e in quegli stessi pochi istanti ci costringe a pensare e ad agire senza la naturale, ovvia, maturazione e meditazione necessarie per non essere banalmente superficiali e poco saggi), ci ha trascinati senza quasi volerlo in un mondo senza tempo e senza spazio: senza i colori del tramonto e dell’alba, senza la bellezza di un arcobaleno e senza lo stupore di un fulmine; senza la bellezza dell’anima del nostro prossimo, che noi non vediamo più, ma che ci limitiamo a “guardare” soffermandoci solo sul suo aspetto esteriore. Questo è dunque il mondo di oggi: fretta e impegni a non finire, obiettivi di ricchezza e lotta per ottenere un ruolo di prestigio nella società, uno spazio ad hoc.
E l’arte? La poesia? Il sentimento? L’Uomo?... La civilizzazione avanza e la poesia declina, diceva un saggista inglese, certo Thomas Babington Macaulay; ovvero, più una civiltà è progredita tecnologicamente, meno la poesia è frequentata, amata. Le macchine e la fredda struttura produttiva non lasciano che pochissimo spazio alle facezie dell’animo umano.
Ma in fondo non credo che sia proprio così, anzi!... Direi il contrario, nel senso che quanto più avanza la civiltà sul gelido piano del tecnicismo e della perfezione materiale, tanto più si ha l’esigenza di staccarsi, almeno per un po’, da questa esistenza tutta “computerizzata”, per ritrovare se stessi e la propria identità di Uomo creante, poeta o pittore o musico o scultore che sia, per riflettere e meditare sulla propria completezza di Essere, Immagine di Dio, che vive non solo di pane e di fabbrica, ma anche e soprattutto di amore, di sentimento, di idee e di pensiero formante.
Assistiamo quindi ad una rinascita dell’arte, in questo senso, come rivalutazione della propria consapevolezza di essere superiore, in grado di creare opere di grande valore. E la tecnica ci viene incontro, come utile mezzo e veicolo espressivo e non come spugna che assorbe e prosciuga in noi ogni velleità di manifestazione artistica.
Questo libro è soltanto un esempio, validissimo ed interessante, di come si possa ancora oggi esprimere l’arte, con la poesia e la pittura, ad altissimo livello, in questo instabile ma meraviglioso mondo che nonostante tutto è realtà fisica e spirituale sempre viva e in perenne progressione.
Giuseppe Vetromile
"I flauti della sera" di Salvatore Cangiani
All’imbrunire si placa il rumore del mondo, si attenuano un poco le cacofonie e i disturbi causati dal frenetico vivere quotidiano, i clangori delle industrie e il rombo sotterraneo delle città e delle macchine degradano in suoni vieppiù pacati, smorti. E così pure le luci violente e i colori del giorno si calmano, fino a diventare guizzi leggeri e poi ombre… L’imbrunire, la notte, così è vista e sentita dal poeta: è il momento di tirare le somme, di considerare il frutto della giornata, di ricostruire l’anima scucita, di adagiarsi sulla serenità di melodie dolci ed eterne… La sera, tempo in cui ci si sofferma ad ascoltare il mondo ormai scevro dagli appesantimenti diurni, sera metafora del riposo e del recupero delle forze, a volte metafora malinconica della fine: come non ricordare ad esempio i romantici versi del sonetto “Alla sera” di Ugo Foscolo: “Forse perché della fatal quïete / Tu sei l'imago a me sì cara vieni / O sera!…”; oppure quelli più drammatici ed espliciti di Quasimodo in “Ed è subito sera”: “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera”. Si tratta dunque di riprendere in considerazione sé stessi e il mondo, in un tempo della giornata in cui, per l’appunto, il silenzio esteriore permette al cuore e alla mente del poeta di ascoltare meglio i propri segreti e profondi impulsi creativi, e di esprimerli al mondo attenuato e tranquillo.
Molti poeti cantano la sera nelle loro poesie, esprimono al calar del sole i loro migliori versi. Uno di questi è senz’altro Salvatore Cangiani, esperto navigatore dei dolci e silenti mari della poesia. Egli si affida al “flauto”, uno strumento gentile e discreto, compagno sublime delle migliori arie liriche, delle melodie poetiche più accorate e nello stesso tempo sottili e veementi. E nella dolcezza della sera ammorbidita e quasi diluita nel suono metaforico dei flauti, Salvatore Cangiani parte con i suoi versi – tutti pregni di un alto senso lirico – per intraprendere un suo viaggio personale e romantico, ma anche di velata denunzia e di riscatto della memoria, nei meandri dei sentimenti e delle passioni più accorate, dei valori fondamentali e delle radici profonde dell’uomo. Il libro “I flauti della sera” di Salvatore Cangiani è infatti tutto un susseguirsi di arie profondamente liriche, anche e soprattutto nei versi che maggiormente esprimono nostalgia e ricordi: “Altissima la notte / gelava col respiro delle stelle / la rugiada sull’uscio. / Dalle case / sciamava l’acre fumo / dell’umida ramaglia, lo stentato / chiarore della vampa. (I colori del pane)”. E ancora: “Versami l’olio nuovo / rappreso nella brocca con la prima / gelata di novembre / e tu scioglievi col fiato / finché lento colava un filo d’oro / sulla crosta del pane (Elegia d’un inverno)”. Ma sono solo degli esempi, e si potrebbe andare avanti, sempre sull’ala di questo lirismo autentico, ricco di sentimento e di eterni valori etici e sociali. La poesia di Salvatore Cangiani è infatti un documento prezioso, una testimonianza di alto livello qualitativo, forse unica nel suo genere, capace di legare l’antico (ma non nel senso di decaduto) mondo dei nostri padri, pregno di valori umani e familiari fondamentali del vivere quotidiano, con la modernità di certe situazioni spigolose, tristi, squallidamente asociali (come ad esempio nella lirica “Clandestini”: “Lo sprecarsi del cielo sopra i tetti. / E il nostro sprofondare / nel buio salmastro d’uno scantinato. / Un precario soggiorno / sancito da un contratto senza date / arso dall’ansia / di decifrare un segno di giustizia / nel confuso cifrario delle stelle.”).
Poeta dunque che sa affrontare le grandi e numerose tematiche del vivere quotidiano, riuscendo sempre ad esprimersi con grande vigore lirico, sì da conferire ai versi che crea un ritmo e un tono particolarmente elevato, caratteristica questa che inquadra il nostro Salvatore Cangiani fra i poeti più rappresentativi, a livello nazionale, dell’attuale mondo letterario. E non poteva essere diversamente, essendo il Cangiani non solo tra i poeti e scrittori più apprezzati e considerati nei concorsi letterari italiani più importanti, ma anche perché Egli ha una profonda conoscenza della poesia e della letteratura, maturata in anni e anni di studio e di assidua frequentazione del mondo letterario. La sua attività poetica e letteraria in genere è infatti molto intensa, e le sue numerose pubblicazioni di poesia, sia in lingua italiana che in vernacolo napoletano, sono ben note ed apprezzate dal pubblico e dalla critica esperta.
Questo ultimo libro, “I flauti della sera”, rappresenta un’ulteriore conferma e riprova della validità poetica di Salvatore Cangiani, autore di riferimento in questo scialbo mondo in cui sovente il sentimento più sincero, la bellezza e la bontà, sono messi a soqquadro, oppure soppiantati del tutto da altri pseudo-valori, quali l’arrivismo, l’egoismo, il pressapochismo, la materialità più spinta.
C’è dunque bisogno dei poeti per “mettere ordine” nell’animo umano e nelle cose della vita, e per non essere come quel lombrico che “Risale / con ritmo deforme / le zolle scoscese del suo / sbriciolato calvario.”
Salvatore Cangiani, con i suoi “Flauti della sera”, richiama il mondo e i cuori innocenti a questo ordine delle cose, con la sua poesia forte, intelligente, profonda, sconvolgente.
Salvatore Cangiani, "I flauti della sera", Libroitaliano World, 2008
Giuseppe Vetromile
5/10/08
Molti poeti cantano la sera nelle loro poesie, esprimono al calar del sole i loro migliori versi. Uno di questi è senz’altro Salvatore Cangiani, esperto navigatore dei dolci e silenti mari della poesia. Egli si affida al “flauto”, uno strumento gentile e discreto, compagno sublime delle migliori arie liriche, delle melodie poetiche più accorate e nello stesso tempo sottili e veementi. E nella dolcezza della sera ammorbidita e quasi diluita nel suono metaforico dei flauti, Salvatore Cangiani parte con i suoi versi – tutti pregni di un alto senso lirico – per intraprendere un suo viaggio personale e romantico, ma anche di velata denunzia e di riscatto della memoria, nei meandri dei sentimenti e delle passioni più accorate, dei valori fondamentali e delle radici profonde dell’uomo. Il libro “I flauti della sera” di Salvatore Cangiani è infatti tutto un susseguirsi di arie profondamente liriche, anche e soprattutto nei versi che maggiormente esprimono nostalgia e ricordi: “Altissima la notte / gelava col respiro delle stelle / la rugiada sull’uscio. / Dalle case / sciamava l’acre fumo / dell’umida ramaglia, lo stentato / chiarore della vampa. (I colori del pane)”. E ancora: “Versami l’olio nuovo / rappreso nella brocca con la prima / gelata di novembre / e tu scioglievi col fiato / finché lento colava un filo d’oro / sulla crosta del pane (Elegia d’un inverno)”. Ma sono solo degli esempi, e si potrebbe andare avanti, sempre sull’ala di questo lirismo autentico, ricco di sentimento e di eterni valori etici e sociali. La poesia di Salvatore Cangiani è infatti un documento prezioso, una testimonianza di alto livello qualitativo, forse unica nel suo genere, capace di legare l’antico (ma non nel senso di decaduto) mondo dei nostri padri, pregno di valori umani e familiari fondamentali del vivere quotidiano, con la modernità di certe situazioni spigolose, tristi, squallidamente asociali (come ad esempio nella lirica “Clandestini”: “Lo sprecarsi del cielo sopra i tetti. / E il nostro sprofondare / nel buio salmastro d’uno scantinato. / Un precario soggiorno / sancito da un contratto senza date / arso dall’ansia / di decifrare un segno di giustizia / nel confuso cifrario delle stelle.”).
Poeta dunque che sa affrontare le grandi e numerose tematiche del vivere quotidiano, riuscendo sempre ad esprimersi con grande vigore lirico, sì da conferire ai versi che crea un ritmo e un tono particolarmente elevato, caratteristica questa che inquadra il nostro Salvatore Cangiani fra i poeti più rappresentativi, a livello nazionale, dell’attuale mondo letterario. E non poteva essere diversamente, essendo il Cangiani non solo tra i poeti e scrittori più apprezzati e considerati nei concorsi letterari italiani più importanti, ma anche perché Egli ha una profonda conoscenza della poesia e della letteratura, maturata in anni e anni di studio e di assidua frequentazione del mondo letterario. La sua attività poetica e letteraria in genere è infatti molto intensa, e le sue numerose pubblicazioni di poesia, sia in lingua italiana che in vernacolo napoletano, sono ben note ed apprezzate dal pubblico e dalla critica esperta.
Questo ultimo libro, “I flauti della sera”, rappresenta un’ulteriore conferma e riprova della validità poetica di Salvatore Cangiani, autore di riferimento in questo scialbo mondo in cui sovente il sentimento più sincero, la bellezza e la bontà, sono messi a soqquadro, oppure soppiantati del tutto da altri pseudo-valori, quali l’arrivismo, l’egoismo, il pressapochismo, la materialità più spinta.
C’è dunque bisogno dei poeti per “mettere ordine” nell’animo umano e nelle cose della vita, e per non essere come quel lombrico che “Risale / con ritmo deforme / le zolle scoscese del suo / sbriciolato calvario.”
Salvatore Cangiani, con i suoi “Flauti della sera”, richiama il mondo e i cuori innocenti a questo ordine delle cose, con la sua poesia forte, intelligente, profonda, sconvolgente.
Salvatore Cangiani, "I flauti della sera", Libroitaliano World, 2008
Giuseppe Vetromile
5/10/08
Il "Viaggio" di Tita Paternostro
La metafora del viaggio è sovente usata in poesia, per esprimere in versi tutto un percorso, un excursus interiore, lungo le difficili ma anche, perché no?, gioiose tappe della propria vita. Si va così di volta in volta ripercorrendo, sulla scia dei ricordi e delle emozioni, dei sentimenti provati, una strada che conduce all’approfondimento di certi valori importanti, peculiari, al rinvenimento di immagini e situazioni, di memorie che costituiscono in fondo il prezioso patrimonio storico e culturale di una intera esistenza umana. Un memoriale? Un’opera omnia, che racchiuda in sé tutto il mondo, compreso i sogni e i desideri inespressi, a volte i dolori, i sacrifici, i momenti più ricchi e belli?… Anche. Ma si può cadere, specialmente in poesia, nella vaghezza e nel melenso, nel cronachismo bello e buono se non addirittura nell’ovvietà più evidente e banale. E’ un rischio, questo, in cui in effetti si può incorrere, parlando di sé, del proprio mondo e dei propri ricordi, esprimendosi in versi, ma anche in prosa. Perché, come sempre mi piace affermare, la poesia deve essere un qualcosa di immediato e sconvolgente, tale da “legare” subito il lettore, che ne diviene con–partecipe, sottilmente e quansi inconsapevolmente preso, attanagliato e folgorato, dall’immagine poetica resa dall’autore.
Ma la nostra Tita Paternostro non corre certamente alcuno dei pericoli suddetti. La nostra brava autrice sa molto bene distinguere il “fatterello”, la “cronaca”, la storia di una vita, dall’espressione in versi degli stessi, realizzando e scrivendo una storia poematica ben strutturata e di alto livello letterario.
Il suo “Viaggio” è singolare, unico, personale e nello stesso tempo patrimonio di tutti, perché è solidamente basato e costruito su valori fondamentali dell’uomo e del suo distaccarsi dalla sorte fisica e materiale: dall’amore alla nobiltà d’animo, dall’attaccamento allo spirito della terra e delle cose natie, alla genuinità dei sentimenti, al senso del dovere, alla sensibilità e a tanti altri sentimenti e modi di vita che contraddistinguono la persona sempre in cammino verso una meta superiore, verso il raggiungimento di una felicità piena che è, in fondo, fatta di quelle piccole grandi cose che riempiono il cuore e gli occhi della mente.
Avevamo già letto con grande interesse e commozione il libro “Fili di memorie sospese”, della nostra Tita Paternostro, un libro emozionante in cui la vicenda umana e spirituale della nostra Autrice scorre sotto i nostri occhi affascinati da un mondo e da una realtà intima e delicata, lontana e a noi prossima nello stesso tempo, ricca di immagini e di sapori. Ma questo “Viaggio” non è il ricalcare in versi di quel primo libro, anche se la storia, o le storie, le situazioni di cui si parla, sono le medesime. E’ un mondo parallelo a quello, il viaggio poetico di Tita Paternostro, un mondo che completa ed integra ora finalmente tutto quello che la nostra brava poetessa aveva ancora nel suo cuore–crogiuolo, e che soltanto in versi poteva ancora esprimere: “Tu eri e non sei più / te ne sei andato come desideravi / con due piccole sillabe tra le labbra”: sono, questi, versi di alta poesia, nati dall’amore profondo e inestinguibile della nostra Autrice, amore che era già sottinteso nel suo libro “Fili di memorie sospese” e che rappresentava, rappresenta, la traccia essenziale del suo cammino esistenziale, ma che proprio per la sua infinitezza doveva quasi necessariamente essere ancora manifestato ed espresso in modo più sublime e perfetto, cioè con la poesia. Così pure gli altri episodi e figurazioni della sua intensa vita. Insomma, come giustamente afferma anche Lucia Gaddo Zanovello nella ricca e dettagliata prefazione al volume, Tita Paternostro scrive il “Viaggio” rinnovando l’emozione che desta “Fili di memorie sospese”, ed estendendone i già ricchissimi contenuti, schiudendo varchi nuovi attraverso altre percezioni di acuta sensibilità.
La poesia non si esaurisce mai e mai esaurisce ciò che ci arrovella dentro, il nocciolo profondo della nostra umanità. Tita Paternostro ha voluto regalarci questo splendido “Viaggio”, che non termina certamente qui ed ora, anzi auguriamo alla nostra brava poetessa (nonché scrittrice, operatrice culturale e valente critico letterario) una creatività poetica sempre più prolifica e di elevata qualità come quella finora espressa.
Tita Paternostro, IL VIAGGIO”, Book Editore, marzo 2008
Giuseppe Vetromile
30/7/2008
Ma la nostra Tita Paternostro non corre certamente alcuno dei pericoli suddetti. La nostra brava autrice sa molto bene distinguere il “fatterello”, la “cronaca”, la storia di una vita, dall’espressione in versi degli stessi, realizzando e scrivendo una storia poematica ben strutturata e di alto livello letterario.
Il suo “Viaggio” è singolare, unico, personale e nello stesso tempo patrimonio di tutti, perché è solidamente basato e costruito su valori fondamentali dell’uomo e del suo distaccarsi dalla sorte fisica e materiale: dall’amore alla nobiltà d’animo, dall’attaccamento allo spirito della terra e delle cose natie, alla genuinità dei sentimenti, al senso del dovere, alla sensibilità e a tanti altri sentimenti e modi di vita che contraddistinguono la persona sempre in cammino verso una meta superiore, verso il raggiungimento di una felicità piena che è, in fondo, fatta di quelle piccole grandi cose che riempiono il cuore e gli occhi della mente.
Avevamo già letto con grande interesse e commozione il libro “Fili di memorie sospese”, della nostra Tita Paternostro, un libro emozionante in cui la vicenda umana e spirituale della nostra Autrice scorre sotto i nostri occhi affascinati da un mondo e da una realtà intima e delicata, lontana e a noi prossima nello stesso tempo, ricca di immagini e di sapori. Ma questo “Viaggio” non è il ricalcare in versi di quel primo libro, anche se la storia, o le storie, le situazioni di cui si parla, sono le medesime. E’ un mondo parallelo a quello, il viaggio poetico di Tita Paternostro, un mondo che completa ed integra ora finalmente tutto quello che la nostra brava poetessa aveva ancora nel suo cuore–crogiuolo, e che soltanto in versi poteva ancora esprimere: “Tu eri e non sei più / te ne sei andato come desideravi / con due piccole sillabe tra le labbra”: sono, questi, versi di alta poesia, nati dall’amore profondo e inestinguibile della nostra Autrice, amore che era già sottinteso nel suo libro “Fili di memorie sospese” e che rappresentava, rappresenta, la traccia essenziale del suo cammino esistenziale, ma che proprio per la sua infinitezza doveva quasi necessariamente essere ancora manifestato ed espresso in modo più sublime e perfetto, cioè con la poesia. Così pure gli altri episodi e figurazioni della sua intensa vita. Insomma, come giustamente afferma anche Lucia Gaddo Zanovello nella ricca e dettagliata prefazione al volume, Tita Paternostro scrive il “Viaggio” rinnovando l’emozione che desta “Fili di memorie sospese”, ed estendendone i già ricchissimi contenuti, schiudendo varchi nuovi attraverso altre percezioni di acuta sensibilità.
La poesia non si esaurisce mai e mai esaurisce ciò che ci arrovella dentro, il nocciolo profondo della nostra umanità. Tita Paternostro ha voluto regalarci questo splendido “Viaggio”, che non termina certamente qui ed ora, anzi auguriamo alla nostra brava poetessa (nonché scrittrice, operatrice culturale e valente critico letterario) una creatività poetica sempre più prolifica e di elevata qualità come quella finora espressa.
Tita Paternostro, IL VIAGGIO”, Book Editore, marzo 2008
Giuseppe Vetromile
30/7/2008
L'"Elogio del blu" di Armando Saveriano
“Sembrerà insolito, ma ero ben lontano dall’immaginare che un giorno avrei voluto stampare i miei racconti, o meglio, parte di essi”. Così afferma Armando Saveriano nella sua schietta prefazione, quasi un dialogo con sé stesso, in cui descrive l’inizio e le modalità del suo carattere di scrittore.
Il libro, ultima impresa letteraria di Armando Saveriano, s’intitola “Elogio del blu” (quasi a voler ricordare titoli come “Elogio dell’ozio” di Bertrand Russel e di Robert Louis Stevenson: ma questi trattano tutt’altro), ed è edito da Mephite di Atripalda (Av), un ottimo Editore che tratta anche altri generi di letteratura, di storia e di saggistica.
I racconti compresi in questo libro snello, scorrevole ed elegante anche se di piccolo (ma comodo) formato, sono 6, e tutti, naturalmente, hanno una matrice, quasi un leitmotiv, che li accomuna. Si tratta della suspance, dell’indefinito, del “chissà come andrà a finire?”, struttura che prende ed appassiona, così che il lettore difficilmente, ma davvero difficilmente, “abbandona” il racconto e il libro sul tavolo. Ed è quanto dire, perché nei racconti brevi, se non si completa il “fatto”, “l’argomento”, nelle poche pagine a disposizione, si può correre il rischio di imbastire una storia campata in aria, banale o persino ovvia. Non è per niente il caso di Armando Saveriano e del suo “Elogio del blu”. L’Autore ci sorprende. Eravamo abituati a ben altro, alle sue corpose ma scaltre e profonde elaborazioni poetiche; o alla sua attività professionale come Maestro di arti sceniche ed esperto di scrittura creativa (traggo dalla sua presentazione). Evidentemente egli ha profuso tutta la sua carica creativa, tutto il suo talento letterario, anche nella narrativa, strada impervia lungo la quale ci si può perdere in giri viziosi, anacronismi, velleità espositive ed altro ciarpame letterario. Ma il Saveriano resta vigile e imbriglia le parole e le proposizioni nello stesso modo, se non ancora meglio, di quando si esprime in poesia. Egli ha sempre un modo di dire colto, intelligente, e le sue costruzioni narrative, che prendono a lontano riferimento come egli stesso ama affermare dalla scrittura anglosassone e americana di un Campbell, di un Aickman, Bentley Little, William Blatty, Philip Dick (ottimo autore del genere fantascientifico!), o anche da autori italiani quali Buzzati e Calvino, coinvolgono il lettore in una atmosfera tra il reale e il surreale, dove spesso l’allusione gioca un ruolo importante, per cui il lettore ha molto da lavorare intellettivamente per scoprire il segreto nocciolo di verità profonda celato in questi racconti, e spesso non è risolta l’equazione, anzi i risultati potrebbero essere altri e diversi…
E’ caratteristico, poi, in alcuni racconti del Saveriano (per esempio: “L’uomo delle caramelle”, “Sussurrava nei camini”), il rovesciamento di alcuni stereotipi quotidiani attuali: così, l’uomo delle caramelle, che viene purtroppo additato e condannato per il semplice fatto che “vecchio pensionato uguale pedofilo”, è in realtà una semplice creatura bisognosa di affetto, niente affatto maliziosa; e la vecchia Dora Castaldi in “Sussurrava nei camini” si rivela alla fine altro che stregaccia brutta e cattiva, bensì salvatrice di bambini!
Altra peculiarità del Saveriano è la grande conoscenza del mondo giapponese e l’uso sapiente di termini di quella lingua (“Elogio del blu”). Per non parlare poi delle sapienti descrizioni degli stati d’animo e delle situazioni.
Una novita che però non deve sorpenderci, questa bella raccolta di racconti del Saveriano, considerate l’opera e l’attività di questo importante e colto autore del nostro panorama letterario attuale.
Armando Saveriano, “ELOGIO DEL BLU”, Racconti. Edizioni Mephite, Atripalda (Av), 2008
Giuseppe Vetromile
14 luglio 08
Il libro, ultima impresa letteraria di Armando Saveriano, s’intitola “Elogio del blu” (quasi a voler ricordare titoli come “Elogio dell’ozio” di Bertrand Russel e di Robert Louis Stevenson: ma questi trattano tutt’altro), ed è edito da Mephite di Atripalda (Av), un ottimo Editore che tratta anche altri generi di letteratura, di storia e di saggistica.
I racconti compresi in questo libro snello, scorrevole ed elegante anche se di piccolo (ma comodo) formato, sono 6, e tutti, naturalmente, hanno una matrice, quasi un leitmotiv, che li accomuna. Si tratta della suspance, dell’indefinito, del “chissà come andrà a finire?”, struttura che prende ed appassiona, così che il lettore difficilmente, ma davvero difficilmente, “abbandona” il racconto e il libro sul tavolo. Ed è quanto dire, perché nei racconti brevi, se non si completa il “fatto”, “l’argomento”, nelle poche pagine a disposizione, si può correre il rischio di imbastire una storia campata in aria, banale o persino ovvia. Non è per niente il caso di Armando Saveriano e del suo “Elogio del blu”. L’Autore ci sorprende. Eravamo abituati a ben altro, alle sue corpose ma scaltre e profonde elaborazioni poetiche; o alla sua attività professionale come Maestro di arti sceniche ed esperto di scrittura creativa (traggo dalla sua presentazione). Evidentemente egli ha profuso tutta la sua carica creativa, tutto il suo talento letterario, anche nella narrativa, strada impervia lungo la quale ci si può perdere in giri viziosi, anacronismi, velleità espositive ed altro ciarpame letterario. Ma il Saveriano resta vigile e imbriglia le parole e le proposizioni nello stesso modo, se non ancora meglio, di quando si esprime in poesia. Egli ha sempre un modo di dire colto, intelligente, e le sue costruzioni narrative, che prendono a lontano riferimento come egli stesso ama affermare dalla scrittura anglosassone e americana di un Campbell, di un Aickman, Bentley Little, William Blatty, Philip Dick (ottimo autore del genere fantascientifico!), o anche da autori italiani quali Buzzati e Calvino, coinvolgono il lettore in una atmosfera tra il reale e il surreale, dove spesso l’allusione gioca un ruolo importante, per cui il lettore ha molto da lavorare intellettivamente per scoprire il segreto nocciolo di verità profonda celato in questi racconti, e spesso non è risolta l’equazione, anzi i risultati potrebbero essere altri e diversi…
E’ caratteristico, poi, in alcuni racconti del Saveriano (per esempio: “L’uomo delle caramelle”, “Sussurrava nei camini”), il rovesciamento di alcuni stereotipi quotidiani attuali: così, l’uomo delle caramelle, che viene purtroppo additato e condannato per il semplice fatto che “vecchio pensionato uguale pedofilo”, è in realtà una semplice creatura bisognosa di affetto, niente affatto maliziosa; e la vecchia Dora Castaldi in “Sussurrava nei camini” si rivela alla fine altro che stregaccia brutta e cattiva, bensì salvatrice di bambini!
Altra peculiarità del Saveriano è la grande conoscenza del mondo giapponese e l’uso sapiente di termini di quella lingua (“Elogio del blu”). Per non parlare poi delle sapienti descrizioni degli stati d’animo e delle situazioni.
Una novita che però non deve sorpenderci, questa bella raccolta di racconti del Saveriano, considerate l’opera e l’attività di questo importante e colto autore del nostro panorama letterario attuale.
Armando Saveriano, “ELOGIO DEL BLU”, Racconti. Edizioni Mephite, Atripalda (Av), 2008
Giuseppe Vetromile
14 luglio 08
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Una poesia fuori dal comune, Sant0Anastasia, 23 settembre 2012
PUNTO, Almanacco della Poesia italiana
ARCARTE - IL VIAGGIO DELLA CREATIVITA'
Si è svolto il 30 novembre scorso, alle ore 17, presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano in Via Monte di Dio 14, Napoli, il Convegno di studi e reading di poesia "ARCARTE - IL VIAGGIO DELLA CREATIVITA'".
All'interessante incontro, promosso e organizzato dall'Istituto Culturale del Mezzogiorno e dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, hanno preso parte:
- Natale Antonio Rossi, Presidente Unione Nazionale Scrittori Artisti;
- Ernesto Paolozzi, Università di Napoli Suor Orsola Bnincasa;
-Antonio Scamardella, Università di Napoli Parthenope;
- Antonio Filippetti, Presidente Istituto Culturale del Mezzogiorno.
Nell'ambito del convegno si è svolta la rassegna "Liberi in Poesia", con la partecipazione di autori di diverse generazioni. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito ad "ARCARTE" quale suo premio una medaglia di rappresentanza.
All'interessante incontro, promosso e organizzato dall'Istituto Culturale del Mezzogiorno e dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, hanno preso parte:
- Natale Antonio Rossi, Presidente Unione Nazionale Scrittori Artisti;
- Ernesto Paolozzi, Università di Napoli Suor Orsola Bnincasa;
-Antonio Scamardella, Università di Napoli Parthenope;
- Antonio Filippetti, Presidente Istituto Culturale del Mezzogiorno.
Nell'ambito del convegno si è svolta la rassegna "Liberi in Poesia", con la partecipazione di autori di diverse generazioni. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito ad "ARCARTE" quale suo premio una medaglia di rappresentanza.